Se salite al Castello ed alla Cattedrale provenendo da Staré Mesto, la Città Vecchia, invece che dalla Collina di Pettrin, avendo lasciato alle vostre spalle il Ponte Carlo e la Chiesa di San Nicola dalle cupole splendenti d’oro, sbucherete, dopo aver attraversato un piccolo portico in fondo alla piazza, sulla strada che vi conduce in cima a Mala Strana.
Prima di imboccare la salita, incontrerete alla vostra sinistra un palazzo imponente, massiccio e sovraccarico di cornicioni e fregi barocchi, con una teoria di statue che scandiscono in alto tutta intera la facciata. É il palazzo Lobkowic, oggi sede dell’ambasciata della Repubblica Federale Tedesca. Un colpo d’occhio che sorprende per l’ostentata grandiosità.
Sul lato opposto della stessa strada noterete un palazzo aristocratico, dallo sviluppo architettonico lineare, anzi essenziale, elegante e puro, in stile rinascimentale.
Esso correi in alto, ben oltre l’ambasciata tedesca, per almeno duecento metri e in basso piega ad angolo incuneandosi nel laterale vicolo cieco. Accanto al portone prospiciente l’ambasciata tedesca un grande affresco tardo rinascimentale impreziosisce la parete per il resto priva di ogni sovrastruttura.
É l’Ospedale della Congregazione Italiana di Praga, oggi sede dell’Istituto Italiano di cultura. Il più antico Istituto Italiano di Cultura al mondo.
Il portone conduce nella cappella dell’Ospedale dedicata alla Madre di Dio Assunta in cielo e ai santi Ambrogio e Carlo Borromeo che rimandano a Milano.
Ho avuto una guida d’eccezione, lo ammetto. Lo stesso Direttore dell’Istituto mi ha condotto a visitare questo gioiello dell’arte rinascimentale italiana a Praga.
La cappella con il soffitto interamente affrescato con monocromi azzurri è un gioiello raro soprattutto considerato il predominio a Praga dell’architettura gotica da un lato e di quella barocca e liberty dall’altro.
All’interno un grande chiostro chiuso su tutti i lati da eleganti porticati e impreziosito al centro da una fontana esagonale di pregevolissima fattura, rivela un’intimità che non ti aspetti mentre un secondo giardino, un tempo usato come cimitero dell’ospedale, ti accoglie con la vista superba del Castello e delle guglie della cattedrale di San Vito. In fondo un tempietto con due teschi, incastonati dentro due ghirlande d’alloro e affrescati sui lati del vano d’ingresso con delle scritte difficili da interpretare, per la lingua in cui sono rese ma anche per il degrado del tempo, sollecita la curiosità. Insomma spunta la magia di Praga anche in casa Italia.
Sopra, nella zona di rappresentanza dove sono anche gli uffici, in un bel salone quadrato dall’alto soffitto che da sul retro della cappella della Madonna Assunta in cielo, una serie di ritratti seicenteschi si susseguono tranquilli sulla parete laterale, ma sulla parete di fronte, entrando, domina, isolato, il dipinto di una dama bianca.
É grande e non ha nulla a che fare con i barbuti signori dei ritratti esposti sull’altra parete.
É bella la dama bianca. Giovane e bella.
Il bianco vestito le scivola ampio e leggiadro sui fianchi, si direbbe, accarezzandole il corpo snello mollemente appoggiato ad una poltrona e ad un tavolo che si perdono inghiottiti da un interno che esalta l’incarnato del viso.
I capelli biondi sono raccolti dietro la nuca, le braccia lasciate appena cadere lungo la figura a significare distacco ma anche attenzione ed il viso concentrato quel tanto che basta ad esaltarne lo sguardo penetrante.
Gli occhi languidi lasciano intuire dei riflessi saettanti che ti seguono ovunque. Danno l’impressione che la dama bianca stia tutto controllando, attendendo il momento giusto per levarsi in piedi, uscire dalla cornice e passeggiare leggiadramente per l’intero palazzo.
Mi viene in mente che possa essere qualcuna che ci ha vissuto là dentro, magari essendone stata padrona o signora.
Ma la tecnica pittorica mi dice che siamo nell’ottocento.
Mi spingo a riconoscere la pennellata dei macchiaioli.
E tuttavia percepisco dagli sguardi e dalle frasi smozzicate di qualcuno dietro le mie spalle che se doveste trovarvi da soli e di notte quando il palazzo è vuoto potreste trovarvi di fronte questa donna affascinante.
Non so se quel qualcuno fosse reale o me lo sono immaginato.
Può essere, tutto può accadere nella Praga satura di magia, che lo spirito di qualche dama antica si sia riconosciuto in quel dipinto e ne abbia preso possesso così da poter vagare nottetempo nel rinascimentale palazzo dell’Ospedale degli Italiani ed abbia anche alitato il suo segreto nella mia mente parlandomi all’orecchio mentre la ammiravo.
Forse intende imporre ammenda a chi non la ritrasse come avrebbe voluto e desiderato…
A Praga la magia corre per aria, si appiccica agli sguardi delle statue del Ponte Carlo, si nasconde nelle stanzucole degli alchimisti nel Vicolo d’Oro, aleggia nella Cattedrale e nel Castello, sfila tra le figure degli apostoli che si mostrano in processione ogni ora dietro al duplice orologio della torre sulla piazza di Staré Mesto o attende nella soffitta della vecchia sinagoga nel quartiere ebraico. Qui ogni storia può rivelarsi vera, basta liberarsi dei paraventi confortevoli dietro i quali ci nascondiamo per non attraversare il muro della paura o delle sorprese incredibili.
…
La presenza degli Italiani a Praga risale al ‘500 ed è probabile che lo stesso imperatore Carlo che realizzò il ponte e Staré Mesto li avesse già chiamati nel quattordicesimo secolo.
A quel tempo l’Italia era una fucina di ingegni, artisti, architetti, costruttori, scalpellini e scultori oltre che affrescatori. I Comuni italiani crescevano e diventavano potenti grazie alle arti. A Firenze Le corporazioni degli Artieri avevano realizzato con Orsanmichele un gioiello insuperabile di architettura rinascimentale ed in essa avevano celebrato la loro potenza.
Insomma li chiamavano da tutte le parti in Europa. E li chiamarono anche a Praga.
E arrivarono piuttosto numerosi ad innalzare palazzi e monumenti e chiese di ogni genere.
L’arrivo di Rodolfo segnò una forte accelerazione nella crescita della comunità italiana.
Rodolfo era ossessionato dalla magia e dagli alambicchi fumanti degli alchimisti ma amava soprattutto il bello. Egli si circondava di opere d’arte e gli artisti pullulavano a corte e Praga risplendeva per il suo oro ma anche per il pregio delle sue sculture, dei suoi affreschi, dei suoi argenti e dei suoi fregi preziosi. E gli italiani erano il meglio in proposito. Arrivavano da molte parti ma essenzialmente dal Lombardo-Veneto che ricadeva sotto la giurisdizione austroungarica.
Gli Italiani a Praga divennero una colonia numerosa e potente, importante anche e pensarono di ricambiare la protezione dei reali di Boemia e dello
stesso imperatore Rodolfo che, intanto, aveva trasferito la capitale dell’impero proprio a Praga, non solo con le opere del loro ingegno ma anche con un ospedale per il popolo indigente. Un ospedale che funzionava molto bene e svolgeva opera misericordiosa soprattutto verso il popolo misero e diseredato.
La colonia italiana divenne un punto fermo della chiesa cattolica nella contrapposizione con i protestanti.
La Boemia era un vulcano sempre in ebollizione sul piano religioso, con cattolici e protestanti impegnati a contendersi il potere e a imporre il loro re.
Nel 1618, dopo la morte di Rodolfo, i protestanti defenestrarono dal Castello i rappresentanti cattolici e si presero il potere ed il re ma scatenarono la guerra dei trent’anni dando l’avvio ad un periodo difficile e ricco di sommovimenti che ovviamente toccarono gli italiani. Ne fecero le spese i Gesuiti che vennero espulsi, ma la corporazione degli Italiani restò al suo posto.
Il loro ospedale curava gli indigenti e non si preoccupava dell’appartenenza religiosa dei malati e questo premiava il loro impegno che, con la perizia nelle arti e nelle professioni, diventava un sicuro salvacondotto nelle burrascose vicende dell’impero.
Si spiega anche con la consistenza dei trascorsi storici la simpatia che tuttora lega l’Italia a Praga, commenta il direttore dell’Istituto che mi racconta degli intensi e proficui rapporti che legano l’Istituto alla città di Praga, tanto da essere divenuto, quello, un punto fermo nel panorama culturale della capitale ceca.
É vero, penso.
Nella presentazione del mio libro che parla di Sud, della memoria e dei sentieri, tratturi, leggende, storie di genti e popoli lì insediatisi dalla notte dei tempi, siamo andati avanti per oltre due ore.
Chissà perché Kundera, lasciando Praga, se ne andò a Parigi e non pensò di raggiungere Roma. Per la verità la risposta é facile, mi dico. L’Italia attuale non è quella del Rinascimento. E nemmeno la Francia.
A differenza dell’Italia che non ha mai fatto una rivoluzione la Francia la fece e come, se la fece. Tanto da cambiare la storia del mondo a differenza dell’Italia che dopo averla cambiata ripetutamente nei secoli trascorsi quando era la terra dei comuni e delle signorie, in quelli recenti ha preferito le facili e rassicuranti scorciatoie rispetto alle impervie strade maestre.
E mi consolo affermando tra me e me che aveva avuto ragione Hrabal a non lasciare Praga se é vero che lo stesso Kundera nel suo ultimo libro francese “la festa dell’insignificanza” ha confessato a sé stesso che a ragionare con la conoscenza acquisita lungo l’arco dell’esistenza di ciascuno, molte delle scelte compiute in passato non le si sarebbe fatte.
Credo che sia vero per tutti e mi dico che è una gran fortuna non trovarsi davanti a simile dilemma.
pH fornita dall’ autore
