Ed eccoci sulla Collina Pettrín
Dai suoi tornanti Praga si avvicina o si allontana a seconda che tu parta o arrivi.
E ti prende un senso di grande gioia se arrivi o al contrario di grande malinconia se parti.
Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” la guardava mentre lei si allontanava, si allontanava irrimediabilmente, forse definitivamente da quella città, Praga, che era stata la sua città, la città più bella del mondo. La distesa dei meravigliosi tetti rossi spioventi che si arrampicavano creando una specie di pagoda, una selva di pagode, si allontanava, compariva e scompariva tra gli alberi e la vegetazione.
Le guglie della cattedrale di San Vito e la massa possente del Castello la dominavano quella città contrappuntata da infinite altre guglie di infinite altre chiese. E l’oro che le illuminava le trasformava in altrettanti coltelli che laceravano l’anima… poi Praga era scomparsa. Tereze non si voltò più indietro e Praga cessò fi essere la sua città come cessò di essere la città di Kundera che a Tereze aveva affidato i suoi sguardi, la sua nostalgia, la sua decisione.
Era il 1975. La primavera di Praga era ormai un ricordo sbiadito e per il grande scrittore non c’era posto, egli se ne era convinto a differenza di Bohumil Hrabal, in quella città ingrigita dai carri armati e dal potere sovietico. La più bella città del mondo non era più la sua città.
Per me invece era diverso.
Io mi addentravo tra i viottoli della collina Pettrin per scoprire quella città, osservarla, capirla, amarla se possibile, sicuramente vezzeggiarla e farmi avvolgere dalla sua visione, dalla sua magia, dalla sua luce saettante d’oro anche quando il cielo é scuro.
Su quella collina, la mia guida mi indica “il muro della fame”, un muro di pietra alto e a sbalzi a seguire il ritmo della collina fatto costruire da Carlo per dare una speranza ai suoi concittadini falcidiati falla peste e dalla fame. Egli fece un proclama e invitò tutti i cittadini indigenti a recarsi sulla collina Pettrin e costruire un grande muro che non serviva proprio a niente se non a garantire ai praghesi, dignità e quel minimo di benessere necessario a scacciar via la fame e la miseria…
A qualche distanza da quel muro, una installazione di sculture in bronzo scandiscono il declivio di Pettrin. Rappresentano un uomo che via via viene divorato falla dittatura e dalla schiavitù sino a farlo sparire. Il popolo Ceco pose quel monumento a celebrare la ritrovata libertà all’indomani della caduta del Muro di Berlino nel 1989 e all’indomani della rivoluzione di velluto che portò il poeta e drammaturgo Vaclav Havel alla presidenza della nuova e libera Repubblica. Quella Repubblica restituì il Castello al popolo ed anche la Cattedrale di San vito.
Mi lascio alle spalle il Muro della fame e l’installazione in memoria delle aberrazioni della dittatura e prendo a salire.
Il Castello e la Cattedrale
La Collina Pettrin si innalza in maniera dolce su Praga sino a distendersi sul pianoro dove si trovano il Castello, la Cattedrale e la Piccola Città (Malá Strana) disposta tutta intorno con i suoi palazzi ormai sede di Enti ed Istituti pubblici o di alberghi.
Qui il fenomeno della over gentrification turistica ed istituzionale è piuttosto evidente. É difficile trovare gente che ci viva a Malá Strana. Quanti vengono fin quassù lo fanno per un servizio, un’attività o per recarsi in un ufficio pubblico.
Le visite di piacere sono ormai prerogativa pressoché esclusiva dei turisti otre che delle delegazioni ufficiali che salgono al Castello, divenuto sede della Presidenza della Repubblica.
In Malá Strana vi sono anche le sedi del Parlamento.
Ahimè anche Praga va sperimentando i processi di svuotamento dei centri storici, sconosciuti sino a qualche decennio addietro.
Anche Staré Mesto, la Vecchia Città, sta sperimentando un analogo fenomeno.
Insomma Praga sta scivolando verso il destino delle altre grandi metropoli europee, con i centri storici che si svuotano e si allargano le periferie più o meno anonime e/o degradate.
Sino agli anni ‘50 era un vero borgo pieno di vita con le case abitate e pullulanti di gente, Malá Strana.
Nelle pertinenze del Castello si srotolava quello che oggi viene denominato “vicolo d’oro”.
Il riferimento è agli alchimisti che qui vivevano a stretto contatto di gomito con Rodolfo, l’imperatore, che tra le altre cose era ossessionato dalle magie degli alchimisti e dalle loro promesse di trasformare il piombo in oro.
Il vicolo mette in fila le casupole occupate dagli alchimisti tra il 1500 ed il 1600.
Sono davvero spazi striminziti che stridono con l’imponenza dei palazzi e degli altri edifici del Castello.
Una stanzucola faceva da laboratorio e un pagliericcio sul lato estremo del muro serviva per dormire. Nell’angolo opposto un camino per riscaldarsi e magari cuocere qualcosa.
Lì dentro, alchimisti, maghi e fattucchieri alimentavano le ossessioni di Rodolfo che viveva nel Castello.
D’altronde quella di considerare la casa come una sorta di rifugio é una consuetudine che è rimasta radicata a Praga.
Difficilmente i Praghesi vi inviteranno a casa. Vi diranno comunque di incontrarvi al caffè piuttosto che al ristorante o al teatro, al cinema anche, ma non a casa.
La casa è spesso solo un rifugio, addirittura un ripostiglio talora.
Quelle casupole del vicolo d’oro mi hanno fatto davvero una grande impressione.
Qui al n. 22 si dice che abbia soggiornato per qualche tempo anche Kafka e sicuramente artisti e cineasti vi abitarono sino agli anni ‘50 e ‘60.
Anche Rabbi Loew pare che vivesse qui.
Per rispondere immediatamente alle chiamate di Rodolfo che era fortemente impressionato oltre che curioso di vedere come finiva la storia del Golem.
L’idea che nel suo regno qualcuno potesse creare dalla creta impastata con acqua un essere vivente e che addirittura questo qualcuno lo potesse dotare di un’anima lo esaltava fino a fargli pensare davvero che stesse per verificarsi un miracolo pari a quello della creazione divina ed egli non voleva mancare l’appuntamento.
Abbiamo attraversato per intero la collina.
Superbe distese di ciliegi dagli enormi tronchi punteggiavano le pendici che salivano con noi.
Ciliegi e peri, meli e alberi da frutto i più vari riempivano completamente la collina nella parte che si innalzava mentre nella parte bassa abbondavano i boschi con gli alberi ad alto fusto.
Sulla collina tutto è di proprietà pubblica. E tutti i cittadini possono venire e farsi la provvista di frutta ogni qualvolta lo vogliano. E non pensate che la collina, i boschi, i prati, i frutteti siano abbandonati a se stessi. Sono curati come il giardino di casa. D’altra parte la collina Pettrin è il giardino di Malá Strana.
…
Arriviamo in vista del Castello che è in corso il cambio della guardia. Un momento solenne che blocca visite e visitatori tanto é intensa e partecipata la cerimonia.
Il Castello è imponente.
Un enorme parallelepipedo dagli angoli sporgenti con un ingresso custodito da un portale assai ricco su cui trovavano posto gli stemmi imperiali mentre eleganti e possenti gruppi marmorei lo incorniciano.
Non è la tipologia del Castello così come lo conosciamo noi. Mura attrezzate per la difesa, merli, torri inespugnabili, fossato tutto intorno e ponte levatoio.
No.
Qui il Castello è una cittadella dalla razionale impostazione che ospita le guarnigioni militari, contiene il Palazzo dell’imperatore, mette in fila gli edifici del potere o comunque dello Stato, e tutto intorno lascia crescere pertinenze e abitazioni. Insomma è una vera città nobile e fortificata con tanto di giardini, parchi e preziosi aranceti. Niente fortificazioni e torri di guardia.
Appena all’esterno del Palazzo imperiale ma sempre entro i confini del Castello-cittadella, appare, maestosa ed imponente, la fabbrica della Cattedrale.
Mi sovrasta quando la scorgo e ammutolisco.
É immensa, davvero enorme.
Incute rispetto e dispensa meraviglia a piene mani. Le sue guglie ardite sono lance che trafiggono il cielo tutto intorno. Sono altissime. La facciata laterale con la torre dell’orologio e il portale d’ingresso nell’area riservata ai reali anticipata da uno ardito trittico di archi a sesto acuto é tempestata doro. I mosaici che si spandono intorno alla “porta d’oro” sono immersi in una luce abbacinante mentre il porticato al di là del triplice ordine di archi mostra lesene e nervature ardite di straordinario intrico architettonico.
Insomma come il Castello anche la Cattedrale ostenta potenza che in essa arrivava dal potere spirituale e da quello temporale che reciprocamente si sostenevano.
Perché in Boemia, come nell’Impero Austroungarico di cui era parte, la questione religiosa si è da sempre fusa e confusa con la questione del potere.
A Praga il trono del Re di Boemia non era ereditario ma veniva assegnato dai grandi del regno in numero di sette i quali si dividevano in cattolici e protestanti e giocavano a dominarsi gli uni gli altri. Da qui le continue dispute e l’irrequietezza della parte che non aveva espresso il monarca.
Vi erano stati anche gli Ussiti, all’inizio della contesa nel 1400. Essi, rappresentanti di movimenti cristiani riformatori e rivoluzionari già allora presero a imbastite lotte e a scatenare guerre contro i cattolici sostenuti da Vienna, prima che si consolidasse la diatriba tra cattolici e protestanti.
Le lotte potevano protrarsi a lungo e, allora, in assenza di un accordo, finivano con la defenestrazione dei capi di una delle fazioni in lotta.
Si prendevano più o meno a tradimento i capi della parte che non voleva cedere il potere e li si faceva volare dalla finestra.
La più famosa defenestrazione, satura di conseguenze disastrose, fu quella del 1618 nel Castello di Praga appunto, a seguito delle turbolenze esplose alla morte di Rodolfo, cui seguì la guerra dei trent’anni.
Ma la pratica delle defenestrazioni non si è mai interrotta da queste parti. Anzi essa é proseguita, sotto altre forme, sino ai giorno nostri.
Nel 1948 toccò a Jan Masaryk.
Il ministro degli esteri della rinata repubblica cecoslovacca, in procinto di partire nel luglio del1947 per Parigi onde partecipare alla conferenza internazionale per il varo del Piano Marshall amaricano per lo sviluppo e la ricostruzione europea, venne convocato a Mosca e lì venne “invitato” a starsene a casa. Per precauzione e perché non si fidavano, lo trattennero comunque per il tempo necessario.
Il malcapitato Masaryk commentò il fatto dicendo che era entrato al Cremlino da Ministro degli esteri di una Repubblica libera e ne uscì come un lacchè dell’URSS. Nel 1948 con la defenestrazione di Masaryk finisce la breve stagione della libera Repubblica Cecoslovacca.
Il resto da allora appartenne alla dura cronaca oltre che alla storia.
La Cecoslovacchia finì sotto il dominio sovietico e per ultimo Dubcek che aveva evocato la primavera praghese nel 1968 subì l’ennesima defenestrazione questa volta ad opera dei carri armati sovietici.
…
La Cattedrale di San Vito è esattamente la risposta del Sacro Romano Impero e della cattolica casata asburgica alle nascenti velleità degli Ussiti Boemi poi confluiti nella riforma protestante.
É bella tuttavia quella Cattedrale. Al di là di ogni presupposto che l’ha resa possibile.
Bella come può esserlo una cattedrale gotica del Centro-nord Europa.
Le altezze sono vertiginose e arditi, oltre che intricati, gli intrecci di lesene e nervature sui soffitti e all’incrocio delle arcate. Gli spazi sono immensi. La navata centrale addirittura sconfinata. Non credo di aver visto nulla di simile prima d’ora.
Forse la Cattedrale di Gand in terra fiamminga. Ma lì il chiarore della pietra rendeva meno ottundente quella magnificenza allo stesso modo della dolcezza delle linee del duomo di Milano. Qui invece il colore bruno della pietra ne aumentava l’imponenza fino a far immaginare che essa volesse schiacciare inesorabilmente la natura umana.
Nelle navate laterali che si stringevano come una specie di sudario sui fedeli, la verticalità diventava ancora più ardita e sconfinata la piccolezza degli uomini.
Lo spazio prezioso del presbiterio, la ricchezza delle cappelle laterali, la fantasmagoria delle vetrate, la grandiosa monumentalità del tabernacolo d’oro e argento, esaltavano, a loro volta, le dimensioni dello spazio che per un arcano miracolo architettonico si disponeva armoniosamente nonostante la debordante imponenza dei complementi interni che sembra organizzata per reprimere, schiacciare ogni orgoglio e ricordare a tutti, cattolici e protestanti, che la potenza di dio, resa manifesta dalla potenza della sua chiesa, é inarrivabile e quindi da accettare, venerare e servire con totale umiltà e sottomissione.
Rodolfo che era buono nell’anima ed incline alla concordia. Forse suggestionato dalla irraggiungibile bellezza della cattedrale, emise un editto imperiale per consentire libertà e parità di diritti ai suoi sudditi, Cattolici, Protestanti, Ebrei, dando a tutti la possibilità di costruite le loro chiese o luoghi di culto. Mai nessuno avrebbe potuto pensare di eguagliare la Cattedrale cattolica.
E invece ripresero le contese.
Quell’editto fu causa nel 1618 della defenestrazione degli esponenti cattolici che intendevano vanificare l’editto di Rodolfo ormai morto da qualche anno e per questo furono defenestrati.
Ne seguì la guerra dei trent’anni.
Oggi resta la grandiosità del Castello e la meravigliosa potenza della Cattedrale di San Vito.
I Cechi, inclini all’agnosticismo se non proprio all’ateismo, non farebbero mai a meno di quelle guglie che si stagliano dentro al cielo scandendo il profilo della città più bella del mondo.
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