Mentre a Montecitorio si alzano le mani non per votare ma per coprirsi la gola dal freddo dell’aria condizionata, a Gaza le donne si chiedono come sopravvivere alle mestruazioni senza un assorbente, senza acqua, senza mare.
In un’Aula che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante della democrazia, la deputata Marrocco di Forza Italia ha invocato la tutela sanitaria parlamentare per un condizionatore troppo aggressivo. Ha chiesto clemenza per le placche alla gola, sollecitato misure d’emergenza per evitare la broncopolmonite da potere sedentario. Le è stato dato ascolto. Il presidente di turno ha promesso provvedimenti. È rassicurante sapere che, tra guerre, crisi climatica e collasso della sanità pubblica, la priorità è la temperatura corporea dell’élite politica.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri ma anche a migliaia di metri di profondità morale, a Gaza le donne non hanno l’acqua per lavarsi. Il mare , unica via di igiene per molte , è stato vietato. Non hanno assorbenti, non hanno sapone, non hanno una latrina. Hanno solo sangue e silenzio. E un dolore che non trova nemmeno il diritto di essere raccontato.
Alcune, chiedono come sterilizzarsi , per disperazione. Per evitare di sanguinare, per smettere di essere donne nel posto peggiore dove nascere donna: sotto assedio, sotto embargo, sotto il disprezzo di chi guarda e gira la testa.
E noi qui, in Italia, in Europa, nel cosiddetto Occidente civilizzato, parliamo di temperatura. Parliamo di comfort. Parliamo del microclima di Montecitorio come se fosse un’emergenza nazionale. Ma non sentiamo freddo. Sentiamo vuoto. Un vuoto etico, un gelo morale, un’aridità che non si misura in gradi Celsius, ma in povertà d’animo.
Viviamo in un Paese in cui il Parlamento si indigna per l’aria condizionata, ma non per le bombe su un ospedale. In cui si applaudono le richieste per “portare l’aria a livelli adeguati”, ma non si spende una parola per chi l’aria non può nemmeno respirarla. Né in pace, né in libertà.
Abbiamo trasformato il privilegio in diritto, e l’indifferenza in sistema. Abbiamo confuso il benessere col merito, e ci siamo costruiti un mondo ovattato in cui il dolore degli altri è solo rumore di fondo.
Le donne di Gaza non hanno bisogno della nostra pietà. Hanno bisogno della nostra vergogna. E noi, invece di arrossire, ci copriamo con lo scialle parlamentare.
Chi ha il privilegio di vivere in un Paese dove si può accendere il climatizzatore, oggi lo trasforma in rivendicazione politica. Chi non ha nemmeno accesso all’acqua, invece, non ha voce. Nessuna risoluzione internazionale. Nessuna marcia. Nessun appello virale. Solo sabbia e sangue.
Siamo davanti a un collasso morale dell’Occidente, dove il diritto al benessere personale ha soppiantato ogni forma di responsabilità collettiva. Dove la battaglia è tra un grado in più o in meno nel palazzo del potere, mentre le donne muoiono di infezioni banali in case bombardate, private della possibilità stessa di essere corpo, mestruazione, dignità.
Che razza di società siamo diventati, se ci preoccupiamo più della gola infreddolita di un parlamentare che del corpo devastato di una giovane donna intrappolata sotto embargo?
O davvero l’importante, è che a Montecitorio nessuno si ammali?Che il sistema immunitario della politica resti intatto,anche se quello dell’umanità è già andato in setticemia?
Non è più solo questione di informazione, ma di coscienza. Di civiltà. Di coraggio.
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