di Daniela Piesco Direttore Responsabile
Benevento, 15 luglio 2025 . Oggi a Confindustria Benevento non si è parlato solo di Art Bonus. O meglio: si è parlato di Art Bonus come non se ne sente parlare quasi mai. Flavian Basile, presidente di ANCE Benevento, ha scelto di spogliarsi della veste comoda dell’imprenditore per indossare quella, molto più scomoda, di cittadino che pretende di guardare oltre la contabilità.
Il cuore del suo intervento non stava nelle percentuali di credito d’imposta né nelle migliaia di interventi già finanziati, ma in un messaggio che, se ascoltato davvero, suona quasi come un ultimatum: la cultura non è un contenitore di scarti da abbellire quando fa comodo, ma la condizione stessa per pensarsi comunità.
Basile ha rispolverato la lezione del Rinascimento, quando i cantieri non erano solo officine di pietre, ma cantieri di futuro condiviso. La cupola di Brunelleschi? Non un’ossessione d’autore, ma un’opera resa possibile da cittadini e imprese che accettavano di mettere soldi e idee al servizio di un simbolo collettivo. Sansovino a Venezia? Stessa logica: architettura come segno indelebile di un’epoca che aveva ancora il coraggio di immaginare.
Poi, il riferimento che spiazza: Roma, i dazi, le concessioni. In epoca papale, i grandi appaltatori compravano la loro esenzione dai dazi costruendo chiostri e cappelle. Un do ut des spietatamente pragmatico, ma che trasformava la fiscalità in un motore di bellezza. Basile non idealizza, non nasconde l’interesse economico dietro la retorica: lo mette in piazza. E qui arriva la vera provocazione.
Oggi, l’Art Bonus fa la stessa cosa: dare un incentivo fiscale in cambio di una visione. Non lavarsi le mani, ma costruire qualcosa che resti.
Cosa ci ha detto davvero Basile? Che non possiamo continuare a considerare la cultura un giardino da potare ogni tanto, quando si ha tempo. Che il patrimonio non è una cartolina da appendere dietro le campagne di marketing, ma un terreno su cui si misura la serietà di un Paese.
«Non costruiamo solo muri, costruiamo identità» non è un verso da conferenza motivazionale. È un atto d’accusa, perché implica che fino a oggi si sono eretti soprattutto muri: fisici, burocratici, mentali.
Basile lancia un messaggio ai suoi colleghi imprenditori: se non siete pronti a entrare nella storia, uscite dal gioco. Non basta la pacca sulle spalle al sindaco o il logo sul restauro. Serve una responsabilità radicale, come quella di chi, secoli fa, rinunciava a un dazio ma comprava un posto nell’eternità.
A chi lo ascolta da fuori, questo intervento può sembrare elegante, colto, a tratti persino scontato. Ma sotto la patina c’è un’esortazione durissima: o la cultura diventa un asse strategico reale, non un contentino di bilancio, oppure si continuerà a costruire scatole vuote, pronte a crollare al primo soffio di vento.
Flavian Basile oggi non ci ha venduto un bonus fiscale. Ci ha messo davanti a uno specchio. E non è detto che, vedendoci riflessi, sapremo riconoscerci.

