“Il potere logora chi ce l’ha e non sa che farsene.” – Ennio Flaiano
Meloni governa da tre anni, con il potere in cassaforte e le idee in soffitta
L’11 luglio 2025 ci coglie davanti a un governo Meloni che si appresta a varcare la soglia simbolica dei mille giorni. Mille. Come i mille volti della destra italiana, come i mille giorni in cui tutto e niente si è mosso. Il potere, quello sì, è saldo. Le idee, invece, hanno preso la via della soffitta, ben piegate tra i ricordi di gioventù, le citazioni tolkieniane da bar e l’eterna nostalgia del neomissino che voleva diventare statista.
Chi lo avrebbe mai previsto? Una ragazza cresciuta tra la borgata e le adunanze di Colle Oppio, priva di studi solidi ma piena di grinta, capace di capitalizzare ogni occasione, di ribaltare le aspettative e diventare – a oggi – la premier più longeva del dopo-Renzi. Un traguardo che fa curriculum. Ma cosa resta davvero di questo melonismo al giro di boa dei mille giorni?
Il vecchio che avanza (e ristagna)
Se c’è un tratto dominante del governo Meloni, è l’aria stantia. Il governo più conservatore della storia repubblicana recente, non tanto per ideologia – anche – ma per stile, posture, approccio. Si è rievocata la Prima Repubblica, senza i suoi statisti; si è riproposto il berlusconismo senza nemmeno la sua modernità mediatica; si è evocata la grandeur francese per legittimare un premierato che più che una riforma pare un’operazione di consolidamento personale. Nessuna discontinuità, nessun lampo, nessun progetto trasformativo.
La squadra? Una galleria di figurine scolorite: dai fedelissimi come Fazzolari e Mantovano, veri registi dell’ortodossia meloniana, ai comprimari semisconosciuti ma onnipresenti nei notiziari, fino ai nomi di famiglia – sorelle, ex cognati, amici di sempre. Il merito resta un ospite non invitato, la competenza un optional.
L’autunno della politica
C’è qualcosa di profondamente autunnale nel melonismo. Non il rosso infuocato delle foglie che cadono, ma quel grigio uniforme di novembre, quando né piove né splende il sole. L’Italia è ferma, paralizzata in una narrazione securitaria da repubblica sudamericana di serie B: i divieti ai rave, la propaganda sui migranti nei centri albanesi, le manette per i blocchi stradali. Una destra che ha letto solo l’introduzione dei manuali di ordine pubblico.
Nella narrazione, tutto funziona. Nei numeri, molto meno: l’economia arranca, lo spread scende ma con esso anche la produzione e il potere d’acquisto. Accise? Intatte. Sanità e scuola? In sonno profondo. Ricerca? Mai pervenuta. Eppure, tra un viaggio a Parigi e un’apparizione in Salento, la premier continua a incarnare un’idea di “presenza” più che di governo: sempre ovunque, ma mai davvero da qualche parte.
La forma senza pensiero
Il vero tratto del melonismo è l’assenza di pensiero. Non c’è un’idea di società, non c’è una visione d’Italia. Solo il gusto del comando, il controllo capillare della Rai, l’occupazione sistematica degli spazi pubblici e il culto della personalità. Giorgia Meloni è diventata una lady di ferro in minore, ma senza ideologia, senza dottrina, senza nemmeno un’agenda coerente. Un esercizio di potere per il potere. Il tutto accompagnato da una squadra che pare uscita da un casting per il cinepanettone istituzionale.
Un Paese in pausa
Sono stati mille giorni lunghi e grigi. Non un disastro, non un’epopea. Solo una lenta, estenuante sospensione del tempo politico. L’Italia appare come ibernata sotto il riflettore monocorde del Tg1, dove tutto è normalizzato, appiattito, ripulito. Ma nella vita reale le disuguaglianze crescono, i diritti si restringono, la qualità della democrazia si sfibra. Siamo in quel limbo dove non succede nulla di troppo grave – o così sembra – ma neppure nulla di buono.
E intanto, da qualche parte, già si sussurra del Quirinale. Lei non ci pensa. Ma ci pensa.
E così, a tre anni dal giuramento, Giorgia Meloni è lì. Al comando. Senza alternative reali, senza opposizione credibile, senza riforme, senza cultura. Mille giorni fa l’Italia ha imboccato una curva stretta: quella del potere senza progetto, della conservazione travestita da cambiamento. E oggi si ritrova in panne, con un governo in carica, ma una politica in coma.
Come annoterebbe un diario stanco: “Oggi nulla da scrivere”.
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