di Daniela Piesco

La notizia è un macigno. Non per i titoli, i ruoli o le carriere – sebbene la sua fosse impeccabile, dall’avvocatura alla Cancelleria della Procura di Napoli – ma per il vuoto che lascia un uomo così.

Iosè non era solo un professionista stimato. Era una luce. Quella rara, calda, che entra in una stanza e la trasforma. Aveva la dote di ascoltare davvero: non con l’orecchio distratto di chi aspetta il suo turno per parlare, ma con lo sguardo fermo, un’attenzione che ti faceva sentire unico. La sua intelligenza non era arma, ma strumento. Tagliente quando serviva, ma sempre proteso a costruire, a chiarire, a trovare il bandolo di una matassa.

Ricordo il suo sorriso, un po’ ironico eppure incredibilmente generoso. Quella risata che partiva dal petto e contagiava. Ricordo le discussioni accese su tutto, dalla politica al calcio, dalla letteratura alla vita di provincia: con lui non si chiacchierava mai, si discuteva. Con passione, con rispetto, con la gioia pura del confronto. Era un uomo di sostanza, che non indossava maschere. Autentico fino all’ultimo respiro.

La sua scelta di passare dal foro all’amministrazione pubblica non fu una semplice svolta di carriera. Fu una scelta di servizio, di radicamento nel tessuto concreto della comunità. Portava la stessa serietà e la stessa umanità dietro una scrivania in Procura che in uno studio legale o al bar con gli amici. Era di quelli che credevano nelle istituzioni perché credeva nelle persone che le compongono.

Ora, il silenzio è assordante. Quel telefono che non squillerà più con una sua battuta pronta. Quelle cene che avranno un posto vuoto carico di ricordi. Quei consigli saggi, mai imposti, sempre puntuali, che mancheranno come l’aria.

I social si riempiono di cordoglio, giustamente. Ma i messaggi più strazianti sono quelli non scritti: lo sguardo perso di un collega davanti alla sua sedia vuota, il sospiro strozzato di un amico davanti a un bicchiere di vino, il ricordo improvviso di una sua frase che scatta nella mente come un lampo, lasciando solo un nodo in gola.

Benevento perde un pezzo della sua anima migliore. Perdiamo un amico, un fratello di elezione, un uomo che illuminava il cammino di chi gli stava accanto. Non diciamo “riposa in pace”, Iosè. Perché la tua energia, la tua passione, la tua onestà intellettuale erano troppo vive per un semplice riposo. Diciamo invece: grazie. Grazie per la luce che hai acceso, per le risate condivise, per la lezione di vita che è stata la tua esistenza, interrotta troppo presto.

Il vetro è appannato, la luce si è spenta troppo in fretta. Ma non possiamo dire addio a chi ci ha insegnato a guardare più in profondità. Tu resti, Iosè, ogni volta che sorridiamo, ogni volta che scegliamo di essere veri. E così resterai, finché esisterà memoria.

 

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