Tornando alla domenica infernale, sia per la temperatura che per i giri a vuoto, non ho potuto fare a meno di notare alcune cose.
I magazzini di mobili.
Feci per anni la custode in una ditta che produceva pannelli truciolari per mobili.
Il truciolato per i pannelli è costituito da scarti della lavorazione del legno, trucioli ai quali vengono aggiunte colle apposite.
Con l’impasto così ottenuto, vengono realizzati dei pannelli più o meno spessi che verranno, in un secondo tempo, rivestiti.
Il rivestimento esterno viene fatto con una carta apposita, colorata per lo più ad imitazione del legno ma anche in molti altri colori, che viene impregnata di una resina melaminica, i colori vengono scelti dal cliente che fa l’ordinazione.
Ho visitato alcuni magazzini dove vendono mobili.
Ormai il classico mobile interamente di legno, sta diventando una rarità, magari fatto da un artigiano conservatore che ancora non usa pannelli truciolari per ripiani e parti interne del mobile, privilegio per pochi.
I pannelli truciolari sono stati creati per realizzare un prodotto a basso costo che potesse sostituire il legno, le formule dei prodotti chimici per la lavorazione, sono nel mirino dello spionaggio industriale, i brevetti sono prede ambite in questo settore.
Nelle grandi esposizioni, la maggior parte dei mobili sono in truciolato, sempre di meno in legno, di solito lo sono gli sportelli, i ripiani esterni e alcune finiture, il resto è truciolato.
Certo, è più economico, se i prezzi sono alti, più che altro paghi il marchio di fabbrica ma, in ogni caso, nessuno dà al cliente istruzioni su cosa non deve fare se il mobile è fatto di truciolato, infatti, soffre molto l’umidità fino al danneggiamento o al distacco del rivestimento esterno e il secco eccessivo può sbriciolare il pannello interno.
Personalmente li trovo piatti, freddi, troppo uguali, ma sono una persona che ha sempre amato il caldo avvolgente che trasmette il legno e ci si deve comunque adattare alle tendenze di mercato, volendo guardare, non sono nemmeno tanto economici.
Non so quanto della produzione di questo materiale sia rimasto in Italia, sono aziende molto delocalizzate.
Questo per ciò che riguarda i mobili.

Parliamo un po’ dell’abbigliamento.
Made in Italy…ma dove…
Nei negozi griffati? Sappiate che da prima degli anni 80 c’era già il fenomeno del lavoro sommerso.
I piccoli laboratori di abbigliamento, già lavoravano per ditte più grandi, basta mettere l’etichetta et voilà, il capo di marca esce da un laboratorio di 10 operaie o da lavoratrici a domicilio, sito in qualche sconosciuto paesino e, fino a lì, poteva anche andare bene ma poi sono arrivati i cinesi e il “sommerso” si è allargato.
In una notte producevano grandi quantità di capi e in laboratorio veniva fatto solo il finissaggio, ma soprattutto, lavoravano sulla quantità perché i capi venivano pagati una miseria, cosa che a una lavoratrice a domicilio non conveniva più e il numero delle operaie in ditta, veniva ridotto alle poche che facevano il lavoro di taglio e finitura.
Naturalmente, erano quei capi da grande magazzino, venduti a prezzi bassi perché non di ottima qualità.
Ma non finisce qui, col tempo i cinesi si sono specializzati, fino al punto di riuscire ad avere il lavoro direttamente dalle grandi marche perché forniscono una produttività a basso costo veramente stupefacente, così, i piccoli laboratori che guadagnavano dalla loro produzione, si sono drasticamente ridotti non potendo reggere la concorrenza.
Come se non bastasse, c’è stata una forte delocalizzazione del settore.
Pensate che, andando in un negozio “chic” trovate merce fatta in Italia e garantita? Guardate bene le etichette, a volte sono nascoste e solo chi ci ha lavorato sa dove guardare. Comunque, direttamente o indirettamente, escono tutti o quasi, dalla stessa parrocchia, compresi quelli griffati.

E le scarpe? Non ci sono più nemmeno i calzolai, quelli che riparavano le calzature di pelle con la suola di cuoio, ora sono tutti materiali usa e getta, quelle “buone” se le possono permettere in pochi anche se, grazie alle “Griffe” anche quelle di plastica vengono vendute a prezzi vergognosi, non mi si venga a parlare di qualità, quella ha esalato l’ultimo respiro nel secolo scorso, ora tutto è fatto per non durare, il consumismo è questo e, purtroppo, c’è chi solo questo ha conosciuto.
Tanti specchietti che attirano metaforiche allodole, basta un nome, un brillantino, uno spot pubblicitario studiato ad hoc e lo stormo di uccellini va ad acquistare, convinto di aver fatto ottimi affari a colpo sicuro.
Peccato che non sempre gli va bene.

Ph creata con IA Gemini

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