di Carlo di Stanislao
“La pace non è l’assenza di guerra, ma una virtù che nasce dalla forza dell’anima.”
— Baruch Spinoza
“Ogni cannone che si fabbrica, ogni nave da guerra varata, ogni razzo lanciato, è in fin dei conti un furto ai danni di chi ha fame e non è nutrito, di chi ha freddo e non è vestito.”
— Dwight D. Eisenhower
Il nuovo diktat firmato Donald Trump – approvato ufficialmente al vertice NATO de L’Aja – impone ai paesi membri un’imposizione militare senza precedenti: portare la spesa per la difesa al 5% del PIL. È una cifra monstre, che a livello globale equivale a oltre un trilione di dollari ogni anno. Non è un piano per la sicurezza: è una resa totale all’economia della guerra.
Questo accordo, presentato come un “grande successo” dall’ex presidente americano, è stato sottoscritto da ben 32 Paesi. Una stretta che sancisce, nero su bianco, il dominio assoluto della logica bellica sull’orizzonte politico e culturale dell’Occidente. Non più sicurezza condivisa, ma obbedienza cieca al complesso militare-industriale statunitense. Un’economia – quella americana – che si regge in gran parte sulla produzione e sull’esportazione di armi, e che ha trovato nei partner europei clienti perfetti e silenziosi.
Francia, Germania e Italia, storicamente colonne portanti dell’equilibrio europeo, non solo non hanno sollevato obiezioni, ma si sono piegate senza condizioni. La retorica della deterrenza e della minaccia russa è bastata per giustificare una scelta che avrà conseguenze devastanti per il welfare, per la giustizia sociale, per il futuro stesso dei cittadini europei. In nome della “difesa comune”, si distrugge ogni prospettiva di sviluppo umano, si rinuncia alla cultura della pace, si svendono miliardi che avrebbero potuto finanziare scuola, sanità, lavoro, ambiente.
Eppure, una voce fuori dal coro esiste. È quella della Spagna, che ha chiaramente dichiarato di non voler andare oltre il 2,1% del PIL. Un atto di coraggio, un gesto di responsabilità politica. Madrid ha affermato ciò che gli altri hanno paura persino di pensare: che non si può alimentare una corsa agli armamenti mentre la povertà cresce, mentre il pianeta brucia, mentre le società si lacerano sotto il peso delle disuguaglianze. La Spagna ha dato prova di essere ancora uno Stato sovrano, non un’appendice obbediente del Pentagono.
Ciò che sta accadendo è chiaro: la NATO non è più un’alleanza difensiva. È diventata un gigantesco strumento geopolitico al servizio degli interessi statunitensi, una piattaforma commerciale per le industrie belliche, un meccanismo di dipendenza politica travestito da solidarietà. Ogni punto percentuale in più versato dai Paesi europei equivale a nuove commesse per Boeing, Lockheed Martin, Raytheon e compagnia. Il messaggio implicito è questo: volete il nostro “ombrello”? Comprate le nostre armi. Più soldi, più missili. Meno pensiero, meno coscienza.
E in Italia si aggiunge anche la mistificazione culturale. Giorgia Meloni, nel difendere l’aumento delle spese militari, ha citato la celebre frase “Si vis pacem, para bellum”, attribuendola erroneamente a Marziale. L’errore è significativo. In realtà, l’autore è Tertulliano, pensatore cristiano del III secolo, e il contesto era tutt’altro che una glorificazione della guerra. Ma in fondo non sorprende: quando si vogliono giustificare politiche impopolari, si tirano in ballo i classici senza conoscerli, trasformando la cultura in un’arma propagandistica.
Anche se fosse correttamente usata, quella frase oggi non vale più. Non si costruisce la pace preparando la guerra, non si disinnescano i conflitti accumulando arsenali. Le minacce del XXI secolo – climatiche, sanitarie, migratorie, digitali – non si affrontano con carri armati o testate nucleari. Si affrontano con la cooperazione, con l’equità, con una politica estera capace di prevenire e non solo reagire.
Serve un nuovo paradigma. Un nuovo motto, se proprio ne vogliamo uno latino: “Si vis pacem, para iustitiam” – Se vuoi la pace, prepara la giustizia.
Perché la pace vera nasce dalla dignità, non dalla paura. Dalla forza dell’anima, non dalla potenza del fuoco. Come ci ricorda Spinoza, la pace non è l’assenza di guerra, ma una virtù. E una virtù non si compra con missili, né si impone con trattati armati.
L’Europa oggi ha una scelta chiara davanti a sé: continuare a inginocchiarsi di fronte alla strategia americana della militarizzazione, o rialzare la testa e immaginare un modello di sicurezza che abbia al centro i popoli e non i profitti. Accettare il 5% di PIL per la guerra significa amputare il futuro dei nostri figli, strozzare ogni possibilità di progresso reale, diventare complici di un sistema che vive di instabilità e prospera sulle macerie.
Chi sceglie la via indicata da Trump non sta scegliendo la pace: sta scegliendo il business della guerra.
E chi tace, chi finge di non vedere, è complice di questa deriva.
Non ci sono più scuse.
O sei con la pace, o sei con chi la sabota.
E chi la sabota non merita il nostro voto, né la nostra fiducia.
